Ciaffi

Piccoli tesori raccontano

Archivio di febbraio 2008

26 febbraio 2008

Etichettando

stickers' Art

Quando le etichette della frutta diventano arte. L’immagine sopra è uno dei lavori del sign. Barry “Wildman” Snyder. E se ne avete, potete spedirle. Vi state appassionando all’argomento? Magari condividete la stessa passione? Ecco il blog del sign. “Wildman” dove potete ammirare le sue opere.

Visto su Etichettando, il primo e unico sito italiano che tratta tutti gli aspetti collezionistici delle etichette della frutta, un excursus che parte dalla loro storia fino ai metodi per procurarle, catalogarle e scambiarle.

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Etiquetando

stickers

Cuando las etiquetas de la fruta se convierten en arte. La imagen de arriba es uno de los trabajos del señor Barry “Wildman” Snyder. Y si tienen algunas guardadas, se las pueden enviar. ¿Se están apasionando del tema? ¿Tal vez compartan la misma pasión? Este es el blog del señor “Wildman” donde pueden admirar sus obras.

Visto en Etichettando, el primer y único sitio italiano que trata todos los aspectos coleccionables de las etiquetas de la fruta, un “excursus” que inicia desde su historia hasta los métodos para conseguirlas, catalogarlas y intercambiarlas.

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20 febbraio 2008

Libri in viaggio

Ricorderete questo post di diversi mesi fa. E la settimana scorsa ecco il messaggio di Sabina, una maestra di un asilo ligure:

Ciao, sono un’insegnante di scuola dell’infanzia e mentre cercavo alcune immagini sul racconto “Hansel e Gretel” mi sono imbattuta nel blog Ciaffi in cui affermi di aver voglia di regalare i tuoi bellissimi libri ad una scuola. Ecco appunto. Per me sarebbe una grande gioia poter far rivivere questi bellissimi libri e proporli ai “miei” bambini…. Non so se sono ancora disponibili visto che dal tuo intervento è trascorso quasi un anno. Io insegno nella scuola dell’infanzia di Rapallo (Ge) e come forse avrà avuto modo di sentire in giro, chissà perchè, ma per la scuola i fondi sono sempre pochi… Stiamo vivendo, ad esempio, attualmente un grosso disagio perchè proprio a causa di ciò non vengono nominate supplenti e così i bambini dell’insegnante assente vengono smistati nelle altre classi… con relativi problemi gestionali e di sovraffollamento. Ma questa è solo la punta dell’iceberg della drammatica condizione in cui versa oggi il mondo scolastico e più in genere la cultura tutta. Pertanto con i pochi soldi di cui annualmente disponiamo (quest’anno solo 144,00 euro) dovremmo garantire materiale per un anno di lavoro scolastico a ben 28 alunni (tanti sono i componenti della mia classe). Molto spesso capita allora anche di autotassarci per acquistare materiale che magari il budget non ci ha consentito di acquistare o che è assolutamente inesistente nei cataloghi scolastici. Le faccio un esempio: noi con i bambini facciamo la pasta al sale (con farina acqua e sale) oppure i colori naturali con zafferano, caffè o altro… tutto materiale non reperibile se non al supermercato…
Mi scuso per lo sfogo ma tutto ciò è per farle capire quanto poi è stato abbagliante per me vedere la possibilità di concretizzare il sogno di arricchire la mia sempre più esigua biblioteca di classe… pertanto se la sua volontà di fare questo ambito regalo è rimasta immutata nel tempo ne sarei molto felice e ancor più lo sarebbero i miei alunni!!!

Sabina

Cara Sabina, ecco alcuni dei libri che daccordo con i miei figli, ti spediremo presto

libri

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Libros en viaje

Recordaran este post de hace varios meses. Y la semana pasada nos llegó el mensaje de Sabina, una maestra de un jardín de infantes de Liguria:

Hola, soy una maestra de jardín de infantes y mientras buscaba algunas imágenes del cuento “Hansel y Gretel” encontré el blog Ciaffi donde afirma de tener ganas de regalar tus bellisimos libros a una escuela. Para mi sería una gran alegría poder hacer revivir a estos bellisimos libros y proponerlos a “mis” niños…. No se si están aun disponibles, visto que desde tu intervención ha pasado casi un año. Yo enseño en la escuela infantil de Rapallo (Ge) y como quizás habrá ya escuchado, vaya a saber porqué, pero para las escuelas los fondos son siempre pocos… Por ejemplo, actualmente estamos viviendo, un gran disgusto justamente porqué a causa de eso no se designan suplentes y de este modo los niños de maestras ausentes se mezclan en las otras clases… con los consecuentes problemas de gestión y asinamiento. Pero esto es solo la punta del iceberg de la dramática condición que hoy atraviesa el mundo escolar y en general toda la cultura . Por lo tanto con los pocos medios económicos de los cuales anualmente disponemos (este año solo 144,00 euro) deberemos garantizar material para un año de trabajo escolar a 28 alumnos (tantos son los niños que componen mi clase). Muchas veces sucede entonces que debemos pagar de nuestro bolsillo para comprar material que tal vez el budget no nos consiente de comprar o que es absolutamente inexistente en los catálogos escolares. Le hago un ejemplo: nosotros con los niños hacemos la pasta de sal (con harina, agua y sal) o también los colores naturales con azafrán, café u otra cosa… todos materiales que se consiguen solo en el supermercado…
Me disculpo con usted por el desahogo, pero todo estos se lo digo para hacerle entender cuanto fue de alucinante para mi ver la posibilidad de concretizar el sueño de enriquecer mi siempre más exigua biblioteca de clase… por lo tanto si su voluntad de realizar este ambicioso regalo no ha cambiado con el transcurso del tiempo seré muy feliz y aun mas lo serán mis alumnos!!!

Sabina

Querida Sabina, he aquí algunos de los libros que de acuerdo con mis hijos, te enviaremos muy pronto.

Libri per bambini

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12 febbraio 2008

Le violette di Maria Luigia

Violette in giardino

Appena arrivano le violette in giardino annuso il loro profumo e mi torna alla memoria una confezione di profumo alla violetta che teneva mia zia su un como’ nella sua camera da letto. Ogni volta che andavo a trovarla, il richiamo di quella bottiglia era incredibile,uno dei quei profumi che forse oggi non son molto alla moda troppo dolce. Alcuni anni dopo ricevetti un cofanetto Borsari, nome che è sinonimo della più grande industria profumiera italiana dell’Ottocento. La Borsari contribuì a far diventar la Violetta di Parma, la fragranza del diciannovesimo Secolo.

violetta Borsari

La storia di quel profumo risale a parecchi anni fa al tempo del ducato di Maria Luigia,seconda moglie di Napoleone Buonaparte. Maria Luigia fu Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla dal 1816 al 1847.
La sovrana austriaca adorava la violetta. Ancora prima del suo arrivo in Italia, nel 1815 scriveva dal castello di Schonbrunn alla sua dama d’onore a Parigi: “Vi prego di farmi tenere qualche pianta di Violetta di Parma con la istruzione scritta per piantarle e farle fiorire; io spero che esse germoglieranno bene, poichè io divengo una studiosa di botanica, e sarò contenta di coltivare ancora questo leggiadro piccolo fiore…”
E non appena arrivata a Parma ella si occuperà personalmente della loro coltivazione, sia nell’Orto Botanico, sia nel giardino della residenza estiva di Colorno. La violetta di Parma era un incrocio appartenente alla specie della viola odorata.

profumo violetta

Anche Giuseppina Beauharnais, la prima moglie di Napoleone, amava la viola, tanto da ricamare questo fiore sull’abito nuziale. Maria Luigia però va oltre la semplice predilezione: la violetta diventa il suo simbolo, si ritrova incisa o dipinta su piatti, vasellame, ventagli, ditali, carta da lettera, arrivando al punto di sostituirne la firma o il monogramma; a corte i valletti si vestono di viola e lei stessa porta mantelli di questo colore. Una passione tutt’altro che intima, di cui vuole anzi far partecipe il popolo, tanto da elargire denaro a chi le dona mazzetti di violette durante le sue passeggiate. Incoraggia allora i frati del secolare Convento dell’Annunciata a fare delle ricerche per estrarne l’essenza. Il lavoro paziente dei monaci porta al risultato sperato e la Violetta diventa il profumo ufficiale di corte. I primi flaconi di Violetta di Parma, prodotti grazie alla abilità alchemica dei frati erano unicamente destinati all’uso personale della Duchessa Maria Luigia.

Nel 1870, decenni dopo la scomparsa della Duchessa, la formula segreta inventata dai frati passa a Ludovico Borsari, figlio di un falegname e proprietario in città di una barberia. Questi lancerà appunto l’essenza cara a Maria Luigia.

Abili creatori i Borsari realizzarono scatole e confezioni preziose e soprattutto bellissimi vetri lavorati, che caratterizzeranno la produzione Borsari 1870 per oltre un secolo. Se vi trovate a Parma potrete visitare il Primo Museo Italiano della Profumeria (via Trento, 30 / Ingresso: dal lunedì al venerdì 9-13 e 14.30-17.30 – sabato, domenica e festivi gruppi solo su prenotazione).
Il museo, diviso in due sezioni, raccoglie la storia della Borsari, dei suoi prodotti e della grafica che ha accompagnato il profumo.

fonte: Culturalia.info

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Las violetas de María Luisa

Violette in giardino

Apenas florecen las violetas en el jardín huelo su perfume y me vuelve a la memoria una confección de perfume a las violetas que tenía mi tía sobre la cómoda en su dormitorio. Cada vez que iba a visitarla, me atraía esa botella, era increíble, uno de aquellos perfumes que tal vez hoy no esta muy de moda, demasiado dulce. Algunos años después recibí un alhajero Borsari, nombre que es sinónimo de la más grande industria de perfumes italiana de 1800 que contribuyó a transformar a la Violeta de Parma, en la fragancia que ceñaría el ochocientos.

violetta Borsari

La historia de aquel perfume remonta a hace ya tantos años, al tiempo del ducado de María Luisa, segunda esposa de Napoleón Bonaparte, Duquesa de Parma, Piacenza y Guastalla desde 1816 a 1847.
La soberana austriaca adoraba las violetas. Aún antes de su arribo en Italia, en 1815 escribía desde el castillo de Schonbrunn a su dama de honor en París: “Les ruego de hacerme tener alguna planta de Violeta de Parma con las instrucciones escritas para plantarlas y hacerlas florecer; espero que ellas germinen bien, ya que me vuelvo una estudiosa de botánica, y estaré contenta de cultivar una vez más este agraciada pequeña flor…”
Apenas arribada a Parma ella se ocupó personalmente de cultivarla, sea en el Huerto Botánico, sea en el jardín de la residencia veraniega de Colorno. La violeta de Parma era un cruce que pertenecía a la especie de la violeta olorosa.

profumo violetta

también Josefina Beauharnais, la primera mujer de Napoleón, amaba a las violetas, al punto de bordar esta flor en el habito nupcial. María Luisa va más allá de la simple predilección: la violeta se convierte en su símbolo, se encuentra incisa o pintada en los platos, vajillas, abanicos, dedales, papeles, llegando al extremo de sostituir la firma o el monograma; en la corte los valets se visten de violeta y ella misma lleva capas de este color. Una pasión más que intima, de la cual quiere hacer participe al pueblo, tanto que dona dinero a quien le regala mazos de violetas durante sus paseos. Entonces da coraje a los monjes del secular Convento de la Anunciación a hacer investigaciones para saber como extraer la esencia. El trabajo paciente de los monjes llega al resultado esperado y la Violeta se convierte en el perfume oficial de la corte. Los primeros frascos de Violeta de Parma, producidos gracia a la habilidad alquimista de los monjes eran únicamente destinados al uso personal de la Duquesa María Luisa.

En 1870, diez años luego de la muerte de la Duquesa, la formula secreta inventada por los monjes pasó a Ludovico Borsari, hijo de un carpintero y propietario en la ciudad de una barbería. Estos lanzarán al mercado la esencia tan apreciada por María Luisa.

Hábiles creadores los Borsari realizaron cajas y confecciones preciosas y sobretodo bellisimos vidrios trabajados, que caracterizaron la producción Borsari 1870 por más de un siglo. Si se encuentran en Parma podrán visitar el Primer Museo Italiano de la Perfumería (via Trento, 30 / Ingreso: de lunes a viernes de 9 a13 hs y de 14.30 a 17.30 hs. – sábados, domingos y feriados solo grupos registrados).
El museo, dividido en dos secciones, recoge la historia de la Borsari, de sus productos y de la gráfica que ha vestido la fragancia parmesana.

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9 febbraio 2008

Com’era al tempo dei nonni

Come avevamo scritto precedentemente, in passato, nelle case si usava il “prete” per scaldare i letti durante l’inverno. Oggi abbiamo ricevuto una narrazione del piccolo Andrea, il figlio della nostra carissima amica Letizia che a solo otto anni ci racconta come era la vita negli anni quaranta, al tempi in cui i suoi nonni erano giovani. Una bella raccolta di aneddoti, e ci conferma che anche a casa sua d’inverno ci si scaldava con il “prete” e la “suora”. A voi,

I miei nonni mi raccontano…di Andrea Lucchetta

Io ho ancora quattro nonni: due che vivono con me e due che vivono in Calabria.

Quelli che vivono con me si chiamano nonna Orietta e nonno Gianfranco. Nonna è nata a Jesi il 30 maggio 1939 mentre nonno è nato a Roma l’11 aprile 1938. Sono quasi coetanei e la loro storia è comune.

Capita spesso che nonna mi racconti episodi della sua vita da bambina, mentre conosco un po’ meno la storia di nonno. Nonna a volte mi fa vedere qualche documento, ad esempio le sue pagelle o alcune foto.

Ho notato che molte cose sono diverse rispetto ad oggi: il modo di fare la spesa, lo stile di vita, l’uso di elettrodomestici e altre cose.

Quando nonna era piccola, diverso era il modo di fare la spesa. Non c’erano infatti i supermercati o i centri commerciali ma i vari prodotti venivano acquistati in piccoli specifici negozi come la macelleria, il forno e la drogheria. Quest’ultimo è un negozio particolare dove era possibile comprare la conserva per fare il sugo, la pasta sfusa, gli affettati, lo zucchero, il caffè, le spezie e perfino l’alcol per fare distillati e liquori in casa per le feste natalizie. Fili, aghi, spille e fettucce venivano invece acquistati nelle mercerie. Alcune cose venivano invece portate a casa come ad esempio il latte. Il lattaio alla mattina con la bicicletta riempiva i contenitori che venivano lasciati davanti al portone. Occasionalmente passava un signore che sempre in bicicletta vendeva saponette profumate, merletti e fili. In estate nel pomeriggio, c’erano i Veneziani, due signori che guidavano la navetta. Era un tandem con, al posto del cestino, un grosso contenitore per il gelato. Un cono costava solo 10 lire. Spesso capitava che per il caldo il gelato si scioglieva e i Veneziani invitavano i bambini a portare un bicchiere.

Oltre al modo di fare la spesa era diverso anche lo stile di vita. Molte cose venivano preparate in casa vestiti, liquori e alimenti. Ad esempio la pasta, tagliatelle, cappelletti oppure la lavorazione della carne di maiale per fare prosciutti, salsicce, salami e grasselli da mettere nella pizza sempre fatta in casa.
A volte si faceva anche il sapone. Si acquistava dal macellaio il grasso di maiale che poi veniva fatto bollire con soda per ottenere sapone per lavarsi e fare il bucato.
C’erano anche numerose attività artigianali. Spesso si sentiva gridare in strada l’ombrellaio che aggiustava gli ombrelli oppure l’arrotino che affilava coltelli e forbici. Passava anche il conciabrocche, un uomo che riparava pentole di coccio, brocche e piatti. C’erano poi lo stagnaro, i cordari, i saponari e i calzolai.
Anche alcune attività industriali c’erano a Jesi in quegli anni. La mia bisnonna – Angela – lavorava i fiammiferi alla SAFFA. C’era anche la lavorazione dei bachi da seta e della barbabietola da zucchero. Mio nonno Franco a circa 18 anni lavorava allo zuccherificio ed era addetto alle tagliatrici delle barbabietole.

Le giornate trascorrevano al lavoro per gli adulti mentre i bambini andavano a scuola. La famiglia si ritrovava riunita sempre per il pranzo. La cena si faceva molto presto perché non c’era la luce e si andava a dormire alle 21.00 sopratutto d’inverno dato che mancava anche il riscaldamento.
In primavera e in estate i bambini giocavano in strada perché non c’erano pericoli.
Le strade non erano asfaltate ma erano bianche. I lampioni erano pochi ed erano fatti solo con una lampadina. A volte nonno con i suoi amici si divertiva a tirare i sassi per rompere la lampadina. In estate passava un camion per bagnare le strade così da non far alzare la polvere. Le macchine erano molto poche, non c’erano autobus. I mezzi di trasporto erano la bicicletta, la motocicletta e il sidecar.

I pasti erano molto frugali: a pranzo si mangiava brodo di carne o pasta (lardo sofritto, maggiorana, acqua e sale), il secondo non c’era mai. Alla sera si mangiava la carne utilizzata per preparare il brodo del giorno oppure mortadella, raramente il pesce. Lo si acquistava infatti solo quando arrivava il pescivendolo Aldo che portava sardine e pesce azzurro. La cena d’inverno era costituita sopratutto da legumi. Si mangiavano molti contorni a base di patate, cavolfiori, insalate ed erbe di campo raccolte da zia Rosa. Sempre era presente la mela.
Le merende erano a base di panzanella, cioè pane – acetello e poco olio, oppure pane e mezzo pomodoro oppure pane, vino e zucchero. Il sabato era un giorno di festa. Nonna racconta che andava al forno dello zio Ercole per il bagno e dopo la doccia per tutti i nipotini erano pronte bamboline di ciambellone.
Alla domenica il pasto non era molto diverso. L’unica cosa che cambiava era la presenza della pasta, a volte fatta in casa, al posto del brodo.
Molto seguite erano le vigilie dove i pasti venivano saltati per rispettare il digiuno. Durante le feste di Natale, Pasqua e del Patrono i pasti diventavano invece più ricchi infatti comparivano carni arrostite e dolci fatti in casa come il ciambellone e le crostate. A carnevale si era soliti preparare castagnole e cicerchiata mentre a San Giuseppe si facevano i maritozzi.

Gli elettrodomestici non c’erano oppure erano molto rudimentali. Nessuno aveva la televisione in casa quindi si andava dal prete a vedere trasmissioni come ad esempio canzonissima o quiz con Mike Buongiorno. Quasi tutti avevano invece la radio per ascoltare le prime trasmissioni come ad esempio Bianco e Nero con Corrado e il Notiziario. Al posto dell’attuale stereo c’era il grammofono.
Non c’era la lavatrice e quindi il bucato veniva lavato a mano andando al lavatoio con i panni nella cesta e con il sapone fatto in casa.
Mancava anche il frigorifero così in estate per mantenere il burro ed avere acqua fresca si acquistava il ghiaccio da un venditore ambulante di nome Fume.

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Le case venivano riscaldate con stufe a legna o a carbone perché mancavano i termosifoni. D’inverno per scaldare il letto si usava il prete, cioè una struttura in legno dove si appoggiava un braciere. Alcuni usavano andare a letto con un bottiglione di acqua calda per scaldarsi.

I giocattoli erano poveri e molto spesso fatti a mano. La nonna teneva molto alle sue bambole di pezza. Ad 8 anni, per la Befana, ricevette una bambola di porcellana che ancora oggi conserva in casa. Successivamente arrivarono le prime bambole di celluloide. Ogni settembre alle fiere di San Settimio ne riceveva una nuova.
I giochi all’aria aperta erano fantasiosi e semplici. Campana, corda e nascondino erano i giochi preferiti da nonna Orietta mentre “a palline”, “figurine” e “battimuro”, cioè tiro del soldino sul muro, erano i giochi fatti da nonno Franco. Il suo gioco preferito era però, il gioco del pallone di pezza. Nonno sempre d’estate, con i suoi amici faceva anche la “corsa dei carioli”. I carioli erano costruiti da loro stessi bambini, prendendo i cuscinetti (ruote con palline) alla Savoia Marchetti.

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Raramente andavano al cinema pagando un biglietto di 15 lire oppure avendo guadagnato il timbro d’ingresso gratuito nella mano frequentando catechismo o facendo il chierichetto. La domenica nonna andava a messa e doveva indossare un velo in testa come tutte le donne.

Ai loro tempi c’erano scuole private e pubbliche. Nonna Orietta e nonno Franco hanno frequentato l’asilo e le scuole elementari private dalle Suore Giuseppine e al Collegio Pergolesi. Ogni anno dovevano sostenere un esame con una commissione giudicatrice della scuola pubblica.

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Indossavano grembiuli neri e non a scacchetti azzurri come il mio. Terminata la scuola elementare per iscriversi alla scuola media si doveva sostenere un esame di ammissione oppure si poteva scegliere di frequentare l’avviamento. La scuola media e l’avviamento avevano la stessa durata ma solo la scuola media abilitava ai licei o all’istituto tecnico commerciale o altri istituti.

L’anno successivo alla nascita dei miei nonni scoppiò la seconda guerra mondiale. Per loro fu piuttosto un gioco perché entrambi, molto piccoli, cambiarono casa e andarono a vivere in campagna insieme ad altre famiglie. Nonna racconta che le piaceva molto uscire al mattino per andare a governare i tacchini e i maiali insieme alle altre bambine. Si divertiva anche nel vedere i suoi genitori mietere il grano. L’unica cosa che ricorda con paura è il suono della sirena che avvertiva l’inizio di un bombardamento e quindi l’obbligo di ripararsi in un rifugio. Nonno non amava andare nei rifugi e quindi con suo zio rimaneva all’aria aperta cercando riparo sotto gli alberi.
Dopo 5 anni tornarono a casa perché la guerra era finita ma in città erano rimasti americani, inglesi e polacchi che essendo truppe amiche distribuivano ai bambini cioccolata, caramelle, di latte in polvere, chewingum e pane bianco.

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Como era en tiempos de los abuelos

Como habíamos escrito precedentemente, en el pasado, en las casas se usaba el “prete” para calentar las camas durante el invierno. Hoy hemos recibido una narración del pequeño Andrea, el hijo de nuestra querida amiga Letizia, que a solo ocho años nos cuenta como era la vida en los años cuarenta, época en que sus abuelos eran jóvenes. Una bella recolección de anécdotas, que nos confirma que también en su casa de invierno se calefaccionaban con el “prete” y la “suora”. A ustedes,

Mis abuelos me cuentan… di Andrea Lucchetta

Yo tengo aún cuatro abuelos: dos que viven conmigo y dos que viven en Calabria.

Los que viven conmigo se llaman abuela Orietta y abuelo Gianfranco. La abuela nació en Jesi el 30 de mayo de 1939 mientras que el abuelo nació en Roma el 11 de abril de 1938. Son casi coetáneos y sus historias son comunes.

Muchas veces mi abuela me cuenta episodios de su vida cuando era niña, mientras que conozco un poco menos la historia de mi abuelo. Mi abuela a veces me muestra algunos documentos, por ejemplo sus boletines o algunas fotos.

He notado que muchas cosas son diversas respecto a hoy día: el modo de hacer las compras, el estilo de vida, el uso de los electrodomésticos y otras cosas.

Cuando la abuela era pequeña, distinto era el modo de hacer las compras. De hecho no existían los supermercados o los centros comerciales , los distintos productos se compraban en negocios específicos como la carnicería, la panadería y la farmacia. Este ultimo era un negocio particular donde era posible comprar la conserva para hacer el salsa, la pasta suelta, los embutidos, el azúcar, el café, las especias y hasta el alcohol para hacer los destilados y licores en casa para las fiestas natalicias. Hilos, agujas, alfileres, y la cintas métrica en cambio se podían adquirir en las mercerías. Algunas cosas las venían a vender a casa como por ejemplo la leche. A la mañana llegaba el lechero en bicicleta y llenaba los contenedores que luego dejaban delante al portón. Ocasionalmente pasaba un señor que, siempre en bicicleta, vendía jabones perfumados, encajes e hilos. En verano a la tarde, estaban los Venecianos, dos señores que guiaban la “navetta”. La “navetta” era un tándem con, en lugar del cesto, un gran contenedor para el helado. Un cono costaba solo 10 liras. Muchas veces sucedía que por el calor el helado se derretía y los Venecianos invitaban a los niños a llevar un vaso.

Además era diferente el estilo de vida. Muchas cosas se preparaban en casa, las prendas de vestir, los licores y los alimentos. Por ejemplo la pasta, “tagliatelle”, “cappelletti” o también la elaboración de la carne de cerdo para hacer el jamón, las salchichas, los salamines y los chorizos para colocar en la pizza siempre hecha en casa.
A veces se hacía también el jabón. Se compraba al carnicero la grasa de cerdo que luego se hacía hervir con soda caustica para obtener jabón para lavarse y lavar la ropa.
Había también numerosas actividades artesanales. Seguido se sentía gritar por la calle al hombre que ajustaba los paraguas o al afilador que afilaba cuchillos y tijeras. Pasaba también el cacharrero, un hombre que reparaba las cacerolas de barro, jarros y platos. Estaban luego los estañadores, los cordeleros, los jaboneros y los zapateros.
También en aquellos años había en Jesi algunas actividades industriales. Mi bisabuela – Angela – trabajaba los fósforos en SAFFA. Se trabajaba también con los gusanos de seda y con la remolacha azucarera. Mi abuelo Franco con casi 18 años trabajaba en la fabrica azucarera y estaba encargado en la cortadora de las remolachas.

Los días trascurrían en el trabajo para los adultos mientras los niños iban a la escuela. La familia se reunía siempre para el almuerzo. La cena se hacía muy temprano porque no había luz eléctrica y se iba a dormir a las 21:00 sobretodo en invierno dado que faltaba también la calefacción.
En primavera y en verano los niños jugaban en la calle porqué no había peligro.
Las calles no estaban asfaltadas pero eran blancas. Había pocos faroles y tenían solo una lamparita. A veces mi abuelo con sus amigos se divertía tirándole piedras para romper la lamparita. En verano pasaba un camión que mojaba las calles para que no hubiera polvareda. Había muy pocos autos, y no había autobús. Los medios de trasporte eran la bicicleta, la motocicleta y el sidecar.

Las comidas eran muy frugales: en el almuerzo se comía caldo de carne o pasta (tocino, manteca, mejorana, agua y sal), el segundo no había nunca. A la noche se comía la carne utilizada para preparare el caldo del día o también la mortadela, raramente pescado. De hecho éste se compraba solo cuando llegaba Aldo, el vendedor de pescado, que traía sardinas y pescado azul. La cena de invierno estaba constituida sobretodo por legumbres. Se comía mucho contorno a base de papa, coliflor, ensaladas y hierbas de campo que recogía tía Rosa. Siempre estaba presente la manzana.
Las meriendas eran a base de “panzanella”, o sea pan – vinagre y poco aceite, o pan y medio tomate o bien pan, vino y azúcar. El sábado era un día de fiesta. La abuela cuenta que iba al horno del tío Ercole, para bañar a todos sus sobrinos y luego de la ducha estaban listos los muñecos de “ciambellone” (bizcochos con forma de muñecos).
Los domingos la comida no era muy diferente al resto de la semana. La única cosa que cambiaba era la presencia de la pasta, a veces hecha en casa, en lugar del caldo.
Muy seguidas eran las vigilias donde las comidas se saltaban para respetar el ayuno. Durante las fiestas de Navidad, Pascua y Patronales las comidas eran en cambio más ricas de hecho aparecían las carnes asadas, los dulces hechos en casa como el “ciambellone”(bizcocho o rosquillas) y las “crostate”. En carnaval era común preparar “castagnole” y “cicerchiata” mientras a San Giuseppe se hacían los “maritozzi”(bollos).

Los electrodomésticos no existían o eran muy rudimentarios. Nadie tenía la televisión en casa, entonces se iba del cura a ver programas como por ejemplo “Canzonissima” o “Quiz” con Mike Bongiorno. Casi todos en cambio tenían la radio para escuchar las prime ras transmisiones como por ejemplo “Bianco e Nero” con Corrado y el Noticiero. En lugar del actual estéreo estaba el gramófono.
No había lavarropas, entonces la ropa sucia se lavaba a mano en los lavaderos públicos donde iban llevando en cestos las prendas y el jabón hecho en casa.
Faltaba también la heladera, así en verano para mantener la manteca y tener agua fresca se compraba la barra de hielo a un vendedor ambulante de nombre Fume.

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Las casas se aclimataban con estufas a leña o a carbón porqué faltaban los calderas. De invierno para calentar a la cama se usaba el “prete”, o sea una estructura de madera donde se apoyaba un bracero. Algunos acostumbraban ir a la cama con una botella con agua caliente para calentarse.

Los juguetes eran pobres y frecuentemente hechos a mano. La abuela quería mucho a sus muñecas de tela. A los 8 años, para la Befana, recibió una muñeca de porcelana que aún conserva en casa. Sucesivamente llegaron las primeras muñecas de celuloide. Cada septiembre en las fiestas de San Settimio recibía una nueva.
Los juegos al aire libre eran fantasiosos y simples. Campana, cuerda y escondida eran los juegos preferidos de mi abuela Orietta mientras “a palline”(bolitas o canicas), “figurine”(figuritas o cromos) y “battimuro”, o sea tirar la moneda o chapita al muro, eran los juegos de mi abuelo Franco. Pero su juego preferido era el de la pelota de trapo. El abuelo siempre en el verano, con sus amigos hacían también la carrera de los “carioli”, que eran construidos por ellos mismos, tomando los cojinetes (ruedas con bolitas) en la Savoia Marchetti.

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Raramente iban al cine pagando un billete de 15 liras o habiendo ganado el boleto de ingreso gratuito en la mano frecuentando catequismo o haciendo el monaguillo. Los domingos la abuela iba a misa y tenia que vestir un velo en la cabeza como todas las mujeres.

En aquella época había escuelas privadas y publicas. La abuela Orietta y el abuelo Franco frecuentaron el jardín infantes y la primaria en la escuela privada de las Hermanas Giuseppine y el Colegio Pergolesi. Cada año debían sostener un examen ante una comisión de jueces de la escuela publica.

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Vestían delantales negros y no a cuadros azules como el mio. Terminada la escuela primaria para inscribirse en la escuela secundaria se debía sostener un examen de admisión o se podía elegir de frecuentar el “avviamento” (orientación). Tanto uno come el otro tenían el mismo tiempo de duración, pero solo la escuela secundaria habilitaba al liceo o al instituto técnico comercial u otros institutos.

Al año siguiente del nacimiento de mis abuelos comenzó la segunda guerra mundial. Para ellos fue mas que nada un juego porqué ambos, muy pequeños, cambiaron de casa y fueron a vivir al campo junto a otras familias. La abuela cuenta que le gustaba mucho salir a la mañana para ir a cuidar a loa pavos y a los cerdos junto a otras niñas. Se divertía también viendo a sus padres cosechar el grano. La única cosa que recuerda con miedo es el sonido de la sirena que advertía el inicio de un bombardeo y por lo tanto la obligación de repararse en un refugio. El abuelo no amaba ir a los refugios, entonces con su tío se quedaba al intemperie buscando reparo bajo los arboles.
Luego de 5 años volvieron a casa porqué la guerra había terminado, pero en la ciudad aún estaban los americanos, los ingleses y los polacos que siendo tropas amigas distribuían a los niños chocolate, caramelos, leche en polvo, “chewingum” (goma de mascar o chicle) y pan blanco.

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6 febbraio 2008

Quando il prete e la suora erano in tutte le case

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Camera da letto. In primo piano scaldaletto detto “prete”, struttura in legno con scaldino per la brace. Museo Etnologico Monza e Brianza

Stamattina a lezione a Medicina abbiamo avuto il Prof. Giuseppe Fatati, Presidente della Associazione di Dietetica e Nutrizione clinica. Fatati ha parlato di obesità e delle sue complicanze, di meccanismi molecolari e del ruolo dei fattori ambientali.
Bene, magari vi sembrerà strampalata, ma una delle teorie proposte per spiegare l’aumento dell’obesità anche nella società italiana, è che nelle nostre case abbiamo il riscaldamento e la temperatura ambiente elevata. Questo non favorisce lo sviluppo e il funzionamento di un tessuto che si chiama tessuto adiposo bruno che è deputato a produrre calore.

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Fatati è finito così a parlare anche di “prete” e “suore”. Cos’erano le “suore“? Erano gli scaldini bassi a bocca larga con un manico, entro i quali venivano sistemate le braci tolte dalla cucina economica o dalla “rôla”, con le quali si scaldava il letto. Ma la “suora” a nulla serviva da sola: essa veniva utilizzata entro un arnese fatto di legni incurvati, una specie di ponte che permetteva allo scaldino di svolgere le sue funzioni tra le lenzuola, senza bruciarle. Questo arnese, dalla fantasia popolare che è sempre dissacratoria nelle sue definizioni, veniva chiamato con nome che doveva costituire ad un tempo completamento ed opposizione dello scaldino, il quale era appunto la “suora”, per cui “prete” dissero l’aggeggio che permetteva il riscaldamento serale dei letti, in stanze gelate (1).

Insomma era meglio quando in casa faceva più freddo e ci si scaldava con il prete e con la suora di cui appunto ha parlato il prof. Fatati? Non solo una curiosità, ma ci sono anche fondamenta scientifiche.

Cosa ne dite? Adesso che sapete questa cosa, vi viene la tentazione di spegnere la caldaia e di cercare in soffitta un vecchio scaldino?

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Cuando el “prete” y la “suora” estaban en todas las casas

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Dormitorio, en primer plano el calentador llamado “prete”, una estructura de madera con un calentador para las brazas. Museo Etnologico Monza e Brianza

Esta mañana en la lección de Medicina estuvo el Prof. Giuseppe Fatati, Presidente de la Associazione di Dietetica e Nutrizione clinica. Fatati habló de la obesidad y de sus complicaciones, de mecanismos moleculares y del rol de los factores ambientales.
Bien, tal vez les parecerá estrafalario, pero una de las teorías propuestas para explicar el aumento de la obesidad también en la sociedad italiana, es porque en nuestras casas tenemos la calefacción y la temperatura ambiente elevada. Esto no favorece el desarrollo y el funcionamiento de un tejido que se llama tejido adiposo cafe cuya función es la de producir calor.

Fatati termino así hablando también de “prete” y “suore”. ¿Que eran “le suore”? Eran los calentadores bajos con boca ancha y un mango, dentro de los cuales se colocaban las brazas retiradas de la cocina económica o de la “rôla”, con los cuales se calentaba la cama. Pero la “suora” a nada servía sola: este se utilizaba adentro de un arnés hecho con madera curvada, una especie de puente que permitía al calentador cumplir con su función entre las sabanas, sin quemarlas. Este arnés, en la fantasía popular, que es siempre desacralizante en sus definiciones, era llamado con un nombre que debía constituir en un momento el completamiento y oposición del calentador, el cual era de hecho la “suora”, por lo tanto “prete” lo llamo el chisme, permitía el calentamiento nocturno de las camas, en las habitaciones congeladas.

¿En fin era mejor cuando en casa hacia más frío y uno se calentaba con el “prete” y con la “suora”? No es solo una curiosidad, hay también un fundamento científico.

¿Que dicen? Ahora que saben esto, ¿no tienen la tentación de apagar la calefacción y de buscar en el altillo una vieja estufa?

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